La pubblicità suscita ansia. La misura di tutto è il denaro, avere il denaro significa vincere l’ansia.
Alternativamente l’ansia su cui la pubblicità gioca è la nostra paura di non essere niente, perché non abbiamo niente.
John Berger, Questione di sguardi. Sette inviti al vedere fra storia dell’arte e quotidianità (Il Saggiatore)
Soprusi e miserie di una realtà surreale
Incappare in una fragorosa cagata del genere ad una mostra sul Surrealismo:
“Le immagini contenute nel video potrebbero urtare la sensibilità di alcuni visitatori”
la trovo la cosa più surreale – per non dire fottutamente imbarazzante – delle stesse opere di Magritte, Ernst o De Chirico presenti alla mostra. A maggior ragione che il video cui si fa riferimento nell’annuncio è Un Chien Andalou (1929) di Luis Buñuel & Salvador Dalí, uno dei capolavori assoluti della storia del cinema. E poi come si può urtare la sensibilità di visitatori sempre più insulsi e insensibili a qualsiasi richiamo profondo alla bellezza, alla verità, alla giustizia, alla sostanza delle cose?
È allucinante che viviamo in una realtà del tutto rovesciata dove al personale di sala di un museo nazionale sia concesso l’arbitrio di mettere in pausa un filmato che è un’opera d’arte del cinema muto:
“in presenza di scolaresche o chi ne faccia richiesta”.
Eppure, dalla mattina alla sera – fottute scolaresche comprese – siamo tutti costretti in maniera molto abusiva a tollerare pubblicità vigliacche su ogni muro. Demenziali annunci video digitali strillati nell’aria in filodiffusione con tracotanza implacabile e strafottenza invasiva, inneggianti il Nulla, glorificanti alla Inciviltà del Marketing. Urla di propaganda videofilmate e slogan d’ogni genere profusi a squarciagola in qualsiasi spazio condiviso che attraversiamo nelle nostre città, dai mega-schermi nelle stazioni dei treni, negli aereoporti, sui cartelloni alle pareti delle metropolitane, nei cessi pubblici. Mai che a nessuno però – un magistrato illuminato, un brillante penalista – venga neppure per sbaglio in mente di vietare un simile sopruso o quantomeno arginare questo lavaggio doloso al cervello perpetrato con violenza efferata tramite la manipolazione dello sguardo e la devastazione radicale dell’udito.
Tutti, tutto allineato e coperto, indifferenti all’evidenza che sono proprio quelle video immagini becere a torturare i nostre occhi. Incuranti all’assurdo che sono soltanto quei suoni abbaiati all’inverosimile nel grigiume quotidiano delle nostre vite castrate in un codice a barre, a farci sanguinare le orecchie, a urtare la sensibilità di tutti noi che queste immagini-sonore (cfr. Storia dello Sguardo di Mark Cousins) le subiamo passivamente, privandoci del diritto naturale a godere in piena libertà solo un po’ di pace e silenzio, almeno qualche minuto prima dell’autodistruzione globale – e si spera definitiva – che stiamo realizzando.